Una svolta

Passando dal sito al blog ho preso atto del fatto che la “biblioteca” – là così importante (sicuramente funzionale al continuo colloquio con gli studenti, ma anche con i lettori dei miei libri in cui sistematicamente a quella biblioteca ho “rimandato”) – era diventata un “archivio” e che come tale doveva essere rubricata: adesso, nell’“archivio”: “biblioteca testi” e “biblioteca news”.
(Se, sotto la spinta archiviante, ho deleted testi utili, aspetto segnalazioni).
Gli è che, la scrittura di Kafka. Un “tipo particolare e di Edipo. Un innocente (2009) ha in parte registrato e in parte prodotto l’archiviazione di tutto quello che ho sentito, pensato e scritto prima.
L’anno 2008-2009 è stato un anno di grande sofferenza, ma anche di grande gioia, appassionato e visionario.
Non posso qui precisare tutte le caratteristiche della “svolta”.
Per darne un’idea, un’idea soltanto, cercherò di riassumere
– prima gli esiti della ricerca sul transfert; esiti che non sono ancora archiviabili;
– poi lo slancio che ad essa ha impresso la meditazione delle ricerche di René Girard.
Sul transfert, il mio contributo, per tappe.
(1)
Ho cominciato nei primi anni ‘70 a parlare di co-transfert in controtendenza col dilagare allora delle disquisizioni su transfert e contro-transfert (vedi Un concetto di “terapia familiare”, in L’inserto, Bollettino di Psicologia Applicata, n. 1, 1974, pp. XXV-XXVII). Forse è utile ricordare che, all’epoca, impazzava il dibattito su transfert-controtransfert. Nel 1968 Heinrich Racker aveva pubblicato Transference and Countertransference (che Armando ha tradotto nel 1970 trasformando il titolo originario in sottotitolo; il titolo: Studi sulla tecnica psicoanalitica…) Solo recentemente ho scoperto che, già nel 1965, Georges Devereux, etnologo prima che psicoanalista, contestava la legittimità della “proposizione ‘contro’ incollata” ai termini “contro-connibalico”, “controedipico” etc. (The Voices of Children, in American Journal of Psychotherapy, 19, pp. 4-19). Comunque, non cessava di ricorrere alla contrapposizione transfert/contro-transfert (passim).
(2)
Ho dimostrato che il testo in cui meglio che altrove Freud spiega il transfert è L’interpretazione dei sogni (1900). Vedi Lezioni di psicologia dinamica (Borla, Roma, 2003, pp. 121-138). Nell’introduzione a Il transfert da Freud a Luborsky (vedi il punto [3]) ho ricostruito la spiegazione che Freud dà in quel testo del lavoro del sogno: i “resti” diurni sono “recenti”, “innocenti”, poiché la paratassi ha decapitato i discorsi del giorno della loro struttura. Recenti = non più datati = privi di storia; innocenti = privi di significato. Essi si presentano, quindi, come mattoni, vocaboli, frasi fatte su cui si può “trasferire” (come sullo schermo presunto bianco – recente, innocente – dello psicoanalista) il desiderio del discorso della notte portatore del sogno (il desiderio come desiderio di discorso).
(3)
Ho poi fatto una scoperta sconvolgente (anche se non ne sono restato sconvolto più di tanto) nel 2000, quando ho lavorato a Il transfert da Freud a Luborsky (insieme a Stefania Serritella, Borla 2001): il transfert non è un processo specifico della psicoanalisi ma è un processo a-specifico. Esso, cioè, è comune a tutte le psicoterapie. Ad esempio, anche alla psicoterapia sistemica e a quella cognitiva. Una bella svolta se si considera che il transfert (meglio ancora: l’“interpretazione del transfert”) è stato sempre considerato il processo “per antonomasia” della psicoanalisi.
Procedendo per ordine, sarà bene spiegare che cosa ha fatto Lester Luborsky, l’autore sul quale abbiamo costruito una ricerca che si è articolata in quatto sotto-ricerche che sono state pubblicate dal 2001 al 2005 (con Stefania Serritella, Il transfert da Freud a Luborsky. La verifica luborskiana di una terapia sistemico-relazionale, Borla, 2001; con Caterina Silvestri, Il dialogo interiore di una Paziente Designata. La verifica di una terapia sistemica, Guerini, 2002; con Chiara Barni, La verifica di una terapia dinamica sui generis, Borla, 2005; Chiara Barni e Giulia Galli, La verifica di una psicoterapia cognitiva sui generis, Firenze University Press, 2005).
Ricordate la tesi di Karl Popper?
Popper (seguito poi Adolf Grünbaum) ha affermato (e tutti gli scienziati hanno concordato):
(a) che alcuni assunti psicoanalitici sono molto interessanti;
(b) ma che, non essendo “falsificabili”,
(c) non sono “verificabili”;
(d) sono, quindi, scientificamente nulli.
Luborsky, nella sua qualità di ricercatore psicoanalista (o psicoanalista ricercatore), ha “operazionalizzato” il transfert (che è, l’abbiamo già detto, l’assunto psicoanalitico più complesso della psicoanalisi). Ha dimostrato che il CCRT (Core Conflictual Relationship Theme = Tema Relazionale Conflittuale Centrale) da lui “costruito” individua il transfert e ne monitorizza l’andamento (vedi Capire il transfert, 1990, Raffaello Cortina, 1992).
Ora, la verifica sperimentale di Luborsky, tramite il CCRT, se da una parte ha prodotto quella che è stata definita la “scienza” del transfert (Seligman, in Capire il transfert, op. cit., p. 8), “secondo noi” (siamo gli unici che hanno valorizzato con tante ricerche il lavoro di Luborsky (anche se ne abbiamo orientato le conclusioni su versanti imprevisti da lui medesimo), dall’altra ha dimostrato che, ridotto all’osso (e l’operalizzazione riduce all’osso, all’essenziale), il transfert è a-specifico = universale.
“Per noi”, tutto è cominciato quando abbiamo, quasi per caso, verificato i risultati e i processi di una psicoterapia “sistemica” della famiglia usando il CCRT; e abbiamo scoperto che eravamo riusciti a verificare i risultati di questa psicoterapia sistemica monitorando, lungo il suo svolgimento, l’andamento del transfert!
Decisivo e illuminante, perché l’approccio sistemico non prevede il transfert neppure come processo a-specifico!
Il transfert, quindi – almeno, quello verificato da Luborsky – è attivo anche nella psicoterapia sistemica (vedi le due prime pubblicazioni)…
Successivamente abbiamo confermato che è attivo nella psicoterapia psicoanalitica e dimostrato che è attivo anche nella psicoterapia cognitivistica (ultime due pubblicazioni).
(4)
Rimaniamo ancora nell’area della ricerca su Luborsky. Il monitoraggio del CCRT comporta l’individuazione (poi il calcolo percentuale etc.) degli Episodi Relazionali (EERR).
Gli EERR individuano i segmenti dell’attività transferale del paziente.
Del quale si dimostra che, normalmente, “trasferisce”; nella misura in cui estende impropriamente un modus operandi da situazioni in cui quest’ultimo ha avuto successo ad altre in cui è destinato al fallimento (e, di fatto, “ripetutamente” fallisce; da qui il carattere “coattivo” del transfert).
Si dà un Episodio Relazionale (ER) quando si dà, insieme, un “desiderio”, un’“attesa” (che potrebbe essere un’abduzione ma non lo è. Colui che desidera, etrasferisce, infatti, non abduce un’ipotesi che considera “forse” vera; ma, al riparo di un sillogismo, deduce, dal sillogismo medesimo, che quel che si aspetta è “necessariamente” vero), una “risposta dell’ambiente” e una “reazione” a tale risposta.
Un esempio paradossale:
DESIDERIO: Desidero che i miei genitori mi regalino la bicicletta.
ATTESA: Se piango si commuoveranno e me la regaleranno.
RISPOSTA DELL’AMBIENTE: I genitori regalano la bicicletta.
REAZIONE (a tale RA): Ho capito quel che devo fare: piangere!
Più tardi:
DESIDERIO: Desidero essere promosso (far carriera).
ATTESA: Se piango mi promuoveranno.
REAZIONE DELL’AMBIENTE: Lo canzonano.
REAZIONE: Evidentemente devo piangere ancora di più!
Ad un certo punto si potrà definire il CCRT del Nostro come “ricorso costante alla motio affectuum”. Egli, infatti, (1) trasferisce una modalità comportamentale che è stata efficace nell’infanzia all’età adulta; (2) trasferisce una modalità comportamentale che è stata efficace nelle relazioni filiali alle relazioni professionali.
L’individuazione del CCRT, a partire dall’andamento degli Episodi Relazionali (EERR), consente l’individuazione della crisi del CCRT; consente, cioè, l’individuazione del momento in cui il paziente cessa di trasferire… e adotta (e in seguito trasferisce: il trasferire è una pratica imprescindibile!) un modus operandi diverso (e più efficace).
Ebbene, fin dalla prima delle quattro sotto-ricerche, abbiamo individuato, oltre agli EERR del paziente, anche quelli dello psicoterapeuta; episodi che abbiamo definito Relazionali Didattici (EERRDD); didattici in quanto mostrano, dentro la relazione terapeutica, la possibilità di utilizzare un modus operandi alternativo.
Come vedete, alla terza tappa abbiamo, non solo intuito (cosa che avevamo fatto decenni prima), ma anche dimostrato, utilizzando uno strumento di verifica dei processi e dei risultati, che il transfert
– non solo è attivo in ogni cornice psicoterapeutica;
– ma che esso, quando è attivo, riguarda tutti gli attori della relazione transferale.
Con una ricerca pubblicata (insieme con Flavia Mariotti e Dimitri Sani) nel 2000, col titolo L’auto-aiuto psichiatrico. I processi aspecifici nelle psicoterapie (Franco Angeli), avevamo già dimostrato che, non solo il transfert è un processo a-specifico, ma che a-specifico è anche l’autore di quelli che abbiamo chiamato EERRDD. Nel caso, esso (autore) era stato un paziente psichiatrico grave! Par conséquence, non solo l’autore di un intervento a valenza psicoterapeutica può non essere uno psicologo o uno psichiatra, ma può anche non essere un “sano”! (In parallelo avevamo dimostrato che quello della “condivisione”, considerato processo specifico dell’auto-aiuto e aspecifico di tutte le psicoterapie, era semplicemente il processo par excellence, operante ovunque).
Non vi sembra un risultato “ghiotto”?
Una volta dimostrato scientificamente che il transfert esiste e ne è monitorabile l’incidenza… si è scoperto anche che esso interessa:
– tutte le relazioni psicoterapeutiche;
– tutti i protagonisti delle medesime;
– tutte le relazioni umane.
Chiaro è che la relazione psicoanalitica si caratterizza per una particolare gestione del transfert. Ma questa gestione compete a tutte le relazioni significative: per qualche verso “e-ducative”. E il transfert domina tutte le relazioni, comprese quelle dise-ducative!
Giampaolo Lai si è avvicinato vertiginosamente a questo approdo quando ha sostenuto che la “conversazione psicoterapeutica” non gode di uno “statuto” particolare…
(5)
Ma veniamo allo slancio impresso da Girard.
Icasticamente: ho capito, infine, che il transfert vince proprio quando scompare; quasi nell’ultimo stadio della sua evoluzione: quando due transfert, quelli dei due locutori (portatori di bisogno di parola), si elidono producendo il discorso della relazione, dello scambio.
(Qualcosa che molto somiglia alla caduta, sotto determinate condizioni, del “performativo” dimostrata da Giampaolo Lai in uno dei suoi libri più belli, Le parole del primo colloquio, Boringhieri, 1976).
Più discorsivamente?
Come secondo “articolo”, pubblico il capitolo 9 (Vittima → Carnefice → Vittima →) di Edipo. Un innocente. Ritengo che Guerini non farà obiezioni poiché la pubblicazione di un capitolo può solo fare pubblicità al libro.
Prima di precisare il senso (e la direzione) dell’ultima tappa, segnalo uno sbocco che consegue da questa tappa; anche se, nella ricerca, è stato anticipato…
Negli ultimi venti anni (abbondanti) ho lavorato alla verifica dei processi e dei risultati delle psicoterapie in una fattiva collaborazione con Giampaolo Lai (a cui ho dedicato La verifica dei risultati in psicoterapia. La passione di Giampaolo Lai, Borla, 1996, e sono orgoglioso di averlo fatto). In accordo con lui ho lavorato principalmente all’individuazione del “processi” e alla verifica dei micro-risultati prodotti dai medesimi.
Ma, alla fine, sono arrivato alla conclusione che questa ricerca è forse inevitabile, ma sostanzialmente inutile. Poiché il processo per eccellenza è quello “vittimario” (vedi più avanti) e poiché questo processo par excellence, per conservare la sua efficacia, “deve” rimanere inconscio (la méconnaissance di Girard).
Strano!
Perché questo esito è posteriore alla operazionalizzazione del transfert; operazionalizzazione che ha aperto la strada a molte ricerche (“scientifiche”); di alcune (di quelle nostre) abbiamo appena parlato.
Ma, forse, c’è una logica stringente.
È emerso – l’ha fatto emergere Girard – un territorio, squisitamente antropologico, in cui la ricerca scientifica psicologica è vana; o meglio: è utile solo a individuare dei limiti. Nel caso, il limite sta nel fatto che si possono individuare (e verificare) i “processi” (e i risultati); si può anche individuare (e verificare) il processo vittimario (quello decisivo); ma, questo processo, perché resti efficace, deve rimanere inconscio; mi ripeto, per continuare ad essere “foriero di risultati”, deve essere anche individuato, ma immediatamente dopo – forse meglio: in simultanea – dimenticato.
Girard parla di “doppio transfert”; di transfert “negativo” e di transfert “positivo”.
Sembra proprio uno psicoanalista.
Ma non lo è.
Parla di méconnaissance, ma non crede nell’inconscio.
Il transfert negativo è quello sulla vittima: nella comunità, quando insorge un grosso problema, la tensione sale fino a raggiungere il parossismo: il bellum omnium contra omnes. Il parossismo immediatamente si azzera quando viene individuata e sacrificata una vittima: si ha il bellum omnium contra unum; “unus” latino si traduce “uno solo”.
A questo punto il transfert si fa positivo: la comunità sente che deve la sua salvezza alla vittima e la divinizza (a posteriori).
La vittima è “per definizione” innocente. Se non lo fosse, quel che Girad chiama “desiderio mimetico” rilancerebbe una nuova escalation. Vendetta chiamerebbe vendetta. Un clan contro l’altro sempre armato.
Solo il sacrificio di una donna, di un bambino, di uno storpio, di uno straniero… di un innocente… non grida vendetta.
E bisogna che gli omnes considerino colpevole la vittima che hanno sacrificato. Se anche solo alcuni di essi la considerassero innocente, il sacrificio non funzionerebbe più.
Gesù Cristo è la sola vittima che è stata successivamente riconosciuta innocente.
Secondo Girard è da allora che si sa che la vittima è per definizione innocente.
Qui sotto cito una parte del paragrafo 5), Lo psicoterapeuta = vittima (e carnefice), del capitolo 9, pp. 348-349.
«La conclusione a cui sono arrivato è la seguente: lo psicoterapeuta si assume – al posto di chi fino ad allora l’ha rifiutato – il ruolo della vittima.
E non lo fa “ad arte”, lo fa d’istinto. Quella che si chiama “vocazione”.
Tanti anni fa: è il primo maggio.
Una seduta urgente con un paranoico che viene da fuori Firenze.
Una “bestia”, come si definisce. Grande e grosso come una bestia.
Ad un certo punto si alza in piedi e viene verso di me: per macellarmi.
A quel punto capisco che sta “trasferendo”: io sono il suo nemico; l’unica è linciarmi.
Non mi muovo.
Si potrebbe ipotizzare: se mi fossi mosso mi avrebbe acchiappato e maciullato prima che riuscissi a chiedere aiuto (e il primo maggio non mi avrebbe sentito nessuno). Ancora: ho attivato un “processo”, una tecnica: ho simulato coraggio.
Manco per idea!
Ho accettato d’essere linciato!
Perché, questa bestia, per di più paranoica, doveva riuscire un bel giorno (una buona volta) a sgozzare qualcuno!
Quando, invece, lo psicoterapeuta, al paziente, come si usa dire: “restituisce” un proiettato, un trasferito, con l’atto stesso della restituzione, lo lincia.
Questo, mi raccomando, non ditelo a nessuno!
Voi stessi, dimenticatevelo!
Altrimenti anche quest’ultima sponda della psicoterapia e di qualsiasi relazione che abbia valenze psicoterapeutiche viene meno.
Vi sembrerà assurdo, ma quando penso più intensamente quest’episodio, scopro che in esso forse si è espresso in modo più evidente un atteggiamento verso l’altro che mi è sempre stato congeniale.
E quando penso ancora più intensamente (quest’episodio), scopro che anche la “bestia” è stata linciata. Sì, azzannata di sorpresa nel suo slancio feroce.
Anche in assenza di “restituzione” (del colpo), la mia ferocia ha disarmato la sua.
Quel che si chiama “non violenza”.
Pensateci: il mio paziente trasferisce su di me aggressività; e io ripago con aggressività. Lo so; voi direte (una volta lo dicevo anch’io) che il mio paziente ha trasferito su di me un’aggressività “indebita”.
E io?
Che cosa è debito e che cosa è indebito?
Una volta riconosciuta l’esistenza del circolo vittima → carnefice → vittima → , si deve anche riconoscere che non c’è più debito e indebito.
Vana, sì, vana è la ricerca “del” colpevole.
È la ricerca del senso delle cose; della giustizia su questa terra.
Ma vi sembra il caso di vaneggiare ancora?»

(Qui sotto il Download PDF del capitolo da cui è tratto il passo citato. Sotto ancora, il PDF di Mors interrupta, un racconto che risale al 1978 (da L’arte di rammendare, Tassinari, Firenze, 1998, pp. 62-64). L’ho riletto con curiosità; scoprendo, cioè, quanto l’anima mia presentisse Girard).

(6)
Solo oggi (è passato circa un anno) ho pensato a questo 6° punto! Ne Il transfert. I risultati di una ricerca ed un’esemplificazione, in Psicologia: storia e clinica, a cura di A. Pazzagli, P. Vanni, S. Casale, D. Vanni, Fondazione “Giorgio Ronchi”, Firenze, 2011, pp. 59-79), non ne ho parlato. Delle lezioni fatte ad un corso di laurea di un’università privata (Don Bosco) mi hanno strappato alla memoria quanto segue (segno interessante dell’imperatività della méconnaissance).
Insieme al tête à tête con Girard, avveniva quello con Kafka. E, se dall’esperienza girardiana imparavo (reimparavo) l’essenza del “processo vittimario”, dall’esperienza kafkiana imparavo (reimparavo) l’essenza dell’attacco psicotico e del possibile suo approdo non ad un “delirio” – ad un “discorso”, cioè, al massimo “ipotattico”; tanto organizzato da non accettare varianti possibili; quindi, “apodittico” –, ma ad una “visione”; ad un pan-orama. L’attacco psicotico, infatti, quando manda fuori “come un balcone” (o “come un terrazzo”: a seconda dell’acuzie?), svela un panorama sconosciuto e proprio perché sconosciuto, terribile. Ma il “tremendum” può trasformarsi in un “novum”: non “novissimum”, altrimenti la rivelazione si trasforma in épokãluciw (che, proprio “rivelazione” significa; ma della “fine”, dell’estremo, dell’ßsxõton).
Nella nuova versione di Edipo. Un innocente incontrerete il titolo seguente: Il transfert atematico. Sì, perché, penso sull’onda dell’esperienza kafkiana (a scanso di equivoci, meglio dire “con Kafka”), ho teorizzato – l’avevo, inevitabilmente già incrociato – il transfert “atematico”; dico “atematico” con diretto riferimento a Luborsky in cui “tema” (CCRT = Tema relazionale conflittuale centrale) sta per “transfert”.
In quel capitolo racconto una serie di esperienze; qui ne cito solo una e di sguincio. Guido, una persona acculturata, facoltosa, dirigente di una ditta importante, per mesi e mesi parla con me una lingua incomprensibile. Come sempre io “registro” (avendo avuto l’autorizzazione a farlo). Il suo discorso è slabbrato, inconcludente. All’inizio chiedo chiarimenti. Poi mi adatto; intervengo solo per dimostrare il mio coinvolgimento e per sollecitare il suo prolungarsi. Ad un certo punto, quasi vergognoso della mia attività “registratoria”, stacco (questa volta senza chiedere l’autorizzazione).
Anch’egli – è stata la seconda esperienza dopo quella della “bestia” su-riferita –, ad un certo punto, s’è alzato in tutta la sua statura e mi si è avvicinato per linciarmi…
Ma qui, più che il processo vittimario, segnalo il fatto che il traslatore (Guido) non ha niente da traslare. Non ha un “tema”. Il suo “discorso” para-noico non è ancora organizzato (si organizzerà in uno scampolo di delirio relativo al padre del quale temerà la morte causata da un suo pensiero o da un suo gesto; immediata dovrà seguire la riparazione sotto forma di contro-pensiero e contro-gesto).
Ho definito il transfert quando si presenta in questa forma “atematico”; che è come dire “non transfert”. Perché c’è qualcosa che non si può trasferire. Forse, addirittura, non c’è nulla da trasferire. Siamo solo al livello della para-noia, del parã-noia del para-no°in (del pensare accanto o del quasi-pensare o contro-pensare…).
Transfert atematico = tema atematico = assenza di tema e di transfert = assenza di alcunché che sia passibile di traslazione.
E che cosa fai quando il paziente trasferisce il suo “a-tema”? Trasferisce su di te il suo “balcone” o la sua “terrazza”?
Affacciarsi al balcone insieme a lui?
Ricordate che Freud pensa impossibile l’“influsso terapeutico e della guarigione” “là dove la capacità di traslazione è diventata essenzialmente negativa, come nei paranoidi” (1912, Dinamica della traslazione, in Opere, Boringhieri, Torino, vol. 6, p. 524).
Ebbene, la mia esperienza mi suggerisce che i paranoidi conservino la capacità di traslare; ma che traslino o un tema disgregato o un tema ancora in formazione; in questo senso un “a-tema”.
(7)
Nella nuova edizione di Edipo. Un innocente, parleremo di Guido (e di altri) a proposito del transfert “atematico”; anche di Rossella – un “unicum” – a proposito del transfert “totale”.
Che cosa intendiamo per transfert “totale”?
Troverete descritta un’esperienza di “coidentità linguistica”: il principium individuationis è crollato; tout d’un coup: tertius (o tertium) datur.
Risulterà chiaro che la coidentità, per il fatto di essersi instaurata ab ovo ed ex abrutpo, ha implicato il trasferimento dei due interlocutori l’uno nell’altro.
Con un esito stupefacente: la comunicazione è diventata talmente immediata da fare addirittura pensare che non sia neppure avvenuta; che, cioè, non ci siano stati “due” vasi” (tra cui produrre la comunicazione); ma sempre, e fin dall’inizio, solo “un” vaso.
Coidentità.
Quindi nessun transfert nel senso classico (cioè di uno, il paziente, sull’altro, lo psicoterapeuta). Al suo posto un transfert immediato e totale, da parte del paziente sullo (o nello) psicoterapeuta e viceversa.
Come non vedere, nell’iniziativa di Rossella di ospitare la proposta esistenziale dello psicoterapeuta (proposta incarnata nel suo comportamento dentro la relazione psicoterapeutica), una disponibilità a “sacrificare” la propria “identità”?
Quindi, il sacrificio corre sul filo; ed esso è sempre bidirezionale.
Su questo tema – del transfert “totale” – il caso di Rossella (della coidentità linguistica) docet. Dobbiamo però riconoscere che altre conclusioni, e forse anche altre esemplificazioni (che superino l’“unicum”) sono possibili ma assenti dal nostro lavoro.
Dilatiamo solo la precisazione a proposito dell’iniziativa di Rossella di “coincidere” con lo psicoterapeuta (a cui corrisponde quella di Salvatore di coincidere con Rossella. È evidente che quel “coincidere” comporta la trasmigrazione dell’“ossessione” in Salvatore e della “salute” in Rossella.
Studi fatti a Ulm hanno dimostrato che l’assunzione da parte del paziente di modi di dire (prima ancora che di modi di comportarsi) dello psicoterapeuta da parte del paziente è un segno predittivo del miglioramento (se non della guarigione).
Sembra che da parte dello psicoterapeuta non avvenga un’adozione parallela (almeno della medesima entità).
Fortunatamente Salvatore non era un DOC; almeno in quel momento; e Rossella, ospitandolo, ha ospitato un comportamento non DOC; o, addirittura, anti-DOC.  E, fortunatamente, Salvatore non ha ospitato il DOC di Rossella se non nella forma della sua radicale trasformazione. Rossella, infatti, ha potuto placare l’ossessione omicida attraverso la vittimizzazione; l’uccisione/battesimo del vecchio uomo e la rinascita del nuovo. È riuscita a “centrare”, col suo “sasso”, tre bersagli fondamentali: il rapporto amoroso, quello intra-familiare, quello lavorativo; e a trasformarli radicalmente. Distruggendoli quali erano stati fino ad allora e ricostruendoli ex novo).
(8)
Una nota che penso intelligente ma è amara.
Dopo aver letto su Psicoterapia e scienze umane – una rivista di cui ho l’intera collezione negli scaffali – L’efficacia della terapia psicodinamica, di Jonathan Shedler, ho scritto la seguente e-mail a Chiara Barni, l’autrice della quarta pubblicazione della ricerca su Luborsky: La verifica di una psicoterapia cognitiva sui generis (Firenze University Press, 2005):
«Cara Chiara, nell’ultimo numero di Psicoterapia e scienze umane (2010, n. 1, pp. 9-34) viene pubblicato, in contemporanea all’edizione americana, L’efficacia della terapia psicodinamica di Shedler.
(Nel passato recente, sempre Psicoterapia e scienze umane ha pubblicato, nel n. 3/2001, gli elenchi dei “trattamenti supportati empiricamente” forniti, da Chambless & Ollendick; nel n. 1/2005 l’articolo di Westen sulla metodologia degli EST: i famosi “pacchetti”. Di tutto ciò ci siamo a suo tempo occupati; vedi, tra l’altro, con Laura Filastò, Stelle fisse e costellazioni mobili. Il rapporto tra gli Empirically Supported Treatments e il Dizionario delle Tecniche Conversazionali, Guerini, 2002; con Chiara Fredianelli e Alessandro Remorini, Un pacchetto evidence based di tecniche cognitivo-comportamentali sui generis, Firenze University Press, 2000; con Daniela Benemei e Angela Turchi, L’unica evidenza è che non c’è nessuna evidenza. La verifica della psicoterapia di un disturbo ossessivo-compulsivo, Guerini 2003).
Le segnalo l’articolo perché i risultati della sua [di Chiara Barni] ricerca (Firenze University Press), che risale al 2005, anticipano largamente quelli della ricerca di Shedler.
In essa lei ha dimostrato che una psicoterapia cognitivistica utilizzava un processo supposto specifico della psicoterapia psicoanalitica, il transfert (e lo utilizzava “scientemente”: lo si è poi saputo dallo psicoterapeuta medesimo).
Ebbene, il “risultato” della ricerca di Shedler è proprio questo: le psicoterapie psicoanalitiche funzionano meglio di quelle cognitivistiche; in ogni caso, queste ultime, quando funzionano, funzionano perché utilizzano i processi delle psicoterapie psicoanalitiche.
Come lei sa, da anni noi abbiamo superato questa visione partigiana:
1) abbiamo dimostrato che il transfert (processo psicoanalitico per eccellenza) è ubiquo (Luborsky etc.);
2) sempre lavorando su Luborsky, e inserendo, accanto agli Episodi Relazionali del paziente, gli Episodi Relazionali Didattici (quelli dello psicoterapeuta), abbiamo dimostrato che il transfert, attivo in ogni psicoterapia, è anche attivo in ogni personaggio implicato nella relazione psicoterapeutica (compreso lo psicoterapeuta). Quindi:
– non è più possibile parlare di contro-transfert;
– invece di transfert, è meglio parlare di co-transfert.
In tal modo abbiamo scongiurato quel che Lester Luborsky, Burton Singer e Lise Luborsky hanno definito “verdetto di Dodo”: “Tutti hanno vinto e ognuno deve ricevere un premio” (Comparative studies of psychotherapies: is it true that everyone has won and all must have prize?, in Archiv. Gen. Psychiatry, n. 32, 1975, pp. 995-1008).
Nel 1975!, 35 anni fa, Lester Luborsky, Burton Singer e Lise Luborsky, messi a confronto i risultati di terapie psicodinamiche e comportamentali, e scoperto che non c’erano differenze significative nei risultati ottenuti da entrambe le psicoterapie, proclamarono il “verdetto di Dodo”: “Tutti hanno vinto e ognuno deve ricevere un premio”.
E siamo ancora a discutere a chi debba essere tributato il premio. Siamo ancora in gara.
Siamo, cioè, in pieno “desiderio mimetico”.
Chissà, forse un giorno Psicoterapia e scienze umane pubblicherà questo risultato!
Ma penso che bisognerà aspettare.
Per il momento c’è ancora la lotta per l’affermazione del “migliore”.
Quando, invece, il successo del processo “vittimario” comporterebbe la capacità di “perdere”; anche se innocenti (anche se migliori; forse proprio perché migliori = innocenti).
Chissà, forse la nostra capacità di vedere e descrivere quel ch’è sotto gli occhi di tutti (una volta si diceva: che è il re è nudo), non è da attribuirsi alla nostra intelligenza ma alla nostra “posizione” (già Marx parlava della “posizione”; a proposito della “classe”); la posizione di chi è sempre stato fuori della mischia (almeno di questa mischia). Non a caso abbiamo condiviso la proposta di Giampaolo Lai dell’“inter-sezione”… Ma anche lui, ad un certo punto, ha scelto una sezione, quella che gli è parsa “migliore”.
Se lei ha letto Edipo. Un innocente, avrà capito che, individuato nel processo vittimario l’unico vero processo, ho dato un addio quasi definitivo alla verifica dei processi e dei risultati.»
(9)
NOTA sulla psicoterapia
Due parole per spiegare anche la sostituzione avvenuta, nella mia Proposta, della “consulenza psicologica online” alla “psicoterapia online”.
Sicuramente ho scelto sulla base delle indicazioni prescrittive del codice deontologico del Consiglio dell’Ordine degli Psicologi.
Ma non posso non ricordare che nel 2003 ho pubblicato un testo, Un punto dirimente (in Lezioni di psicologia dinamica, Borla, pp. 222-247) in cui penso di aver dimostrato l’impossibilità di fare una psicoterapia.
Un punto dirimente!
Ricordo che Giampaolo Lai, letto il testo ancora non pubblicato, osservò che la mia tendenza era quella di andare sempre all’“estremo”. Vittorio Cigoli, presentando due libri già citati (Il transfert da Freud a Luborsky e L’auto-aiuto psichiatrico), accettò le tesi in essi sostenute, ma come “provocazioni”.
Progressivamente, dopo essere passato dalla psicoterapia a lunga scadenza a quella a breve scadenza, sono approdato a quella “senza” scadenza.
A quella, cioè, che interviene in quel “lasso” (chiamiamolo così!, da “lapsus”) di a-temporalizzazione che la paratassi dell’attacco psicotico determina.
Ho già parlato, anche se troppo di sfuggita (consultate Addenda), della possibilità di “orientare”, di fornire un “senso”, solo nella situazione paratattica in cui viene a trovarsi chi è uscito dal solco (ha de-lirato: lira = solco) e non si è ancora costruito un altro solco, un’altra ipotassi; quello che si chiama propriamente un “delirio”: un costrutto immodificabile come quasi tutti i costrutti.
Da alcuni mesi lavoro come volontario presso Medici per i Diritti Umani (MEDU).
Una volta sono andato a trovare un somalo che aveva chiesto un aiuto psicologico nella sede in cui la sua comunità si trovava accampata.
Era a letto. Nei postumi di un ricovero ospedaliero.
Parlava con grandissima difficoltà; quasi torcendosi e con una voce raschiata.
Perseguitato dall’immagine del fratello ch’era stato ucciso da un pirata della strada dieci anni prima e ch’egli aveva dovuto “riconoscere”. Il cui volto sfigurato, adesso, lo perseguitava anche nei sogni.
Ad un certo punto, quasi sibilando, mi dice: “Devo imparare a non piangere”.
Gli rispondo: “D’accordo. Ma adesso deve piangere”.
XXX ha parlato.
Dopo tre quarti d’ora, tutto è cambiato.
XXX è completamente rilassato.
A questo punto, si parla di questo e di quest’altro (io, chissà come mai!, rievoco la Palermo bombardata di quando ero bambino).
Dieci giorni dopo passo a trovarlo e gli porto tre panini conditi alla maniera musulmana.
XXX è completamente diverso.
Tant’è che rimango in piedi.
Uno scambio di cortesie.
E un saluto.
Che era successo?
Intanto: come mai gli ho portato un “presente”? Non è anti-terapeutico? Così insegna Freud: bisogna frustrare le richieste del paziente!
Ma XXX non era un paziente!
Come dire: io non faccio psicoterapia!
Ma torniamo all’essenziale: che cosa era successo?
Non lo so proprio.
In ipotesi: l’ho trovato nel mezzo di un attacco d’angoscia. Rispondendogli che doveva, in quel momento, piangere, gli ho comunicato il mio interesse a partecipare.
Cioè, a rimanere sul posto e sul pezzo.
Non è facile stare con un angosciato dentro il suo attacco di angoscia. Ma non c’è bisogno di inventare “mosse” particolarmente geniali (si chiamano mosse le “tecniche” psicoterapeutiche), per soccorrerlo.
L’essenziale è avvicinarsi a chi è uscito dal solco e rimanere con lui.
Dove?
Fuori dal solco.
Che ha fatto il buon samaritano?
Quella del buon Samaritano non è una parabola, ma un fatto raccontato dal Vangelo secondo Luca (10, 30 sgg.): “Ma il Samaritano, facendo viaggio, venne presso di lui (venit secus eum…  ᾖλθεν κατʹαὐτὸν); e vedutolo, n’ebbe pietà”.
Era passato un sacerdote, un Levita.
Anche loro erano venuti presso lui (secus eum) ma erano passati oltre.
Il Samaritano no, il Samaritano è uscito fuori di strada per soccorrere il viandante ch’è stato lasciato Ià mezzo morto dai ladroni. La sua bontà si è manifestata nell’allontanarsi dalla retta via, quella che se ne va diritta al presunto interesse personale del viaggiatore; e nell’avvicinarsi al nemico giurato, non fosse che per campanilismo religioso o cos’altro… giurato d’un giuramento fatto da altri e per altri.
“E accostatosi (et adproprians… καὶ προσελθὼν), fasciò le sue piaghe, versandovi sopra dell’olio, e del vino” etc. etc.
Prossimo non è colui che ci è vicino (prossimo). È colui a cui ci avviciniamo (ci approssimiamo).
Proprio così: l’essenziale è uscire fuori strada per raggiungere chi è uscito fuori strada.
E che cosa spinge il Samaritano fuori dalla sua strada? Rileggiamo: “Ma il Samaritano, facendo viaggio, venne presso di lui; e vedutolo, n’ebbe pietà (videns eum misericordia motus est… καὶ ἰδὼν ἐσπλάγχνίσθη = fu morso nelle viscere; σπλαγ-χνεύω = mangio le viscere delle vitime dopo il sacrificio = visceratio; aoristo passivo: ἐσπλαγχνίσθην; το σπλαγχνίδιον, diminutivo di το σπλάγχνον = τα σπλάγχνα = viscere)”. Commenta Ratzinger: “[…] gli si spezza il cuore; il Vangelo usa la parola che in ebraico indicava in origine il grembo materno e la dedizione materna. Vedere l’uomo in quelle condizioni lo prende “nelle viscere”, nel profondo dell’anima” (Gesù di Nazaret, Rizzoli, Milano, 2007, p. 234). Ratzinger insiste nel tentativo di spiegare versi quali “Come una madre consola un figlio, così io vi consolerò” (Isaia 66, 23); “Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se ci fosse una donna che si dimenticasse, io invece non ti dimenticherò mai” (Isaia 49, 15). Ratzinger: “In modo particolarmente toccante appare il mistero dell’amore materno di Dio nella parola ebraica rahamim, che originariamente significava ‘grembo materno”, ma poi diventa il termine per il con-patire di Dio con l’uomo, per la misericordia di Dio” (ibidem, p. 169).
Se il Cristo non avesse precisato il comandamento: “Ama il tuo prossimo come te stesso” con l’illustrazione della parabola del buon Samaritano non si sarebbe discostato in nulla dall’Antico Testamento dove, in Levitico 19, 17-18, si trovano le parole seguenti: “Non odiare il tuo fratello nel tuo cuore […]. Anzi ama il tuo prossimo come te stesso”.
Nel caso, io sono uscito dal cammino della mia vita (dal mio train de vie) e ho raggiunto XXX ch’era uscito di strada (dal suo train de vie).
E, fuori strada, sono rimasto con lui per tutto il tempo necessario a imboccare un’altra strada.
Quale luce prenderebbe questa vicenda se considerata dal punto di vista girardiano? XX ed io ci siamo trovati nel bel mezzo della “serie” vittima → carnefice → vittima → . E la bidirezionalità del processo si è espressa nell’uscita dal loro “solco” sia mia che di XXX. Ciascuno di noi ha sacrificato il proprio “solco”, il proprio “train de vie”, in piccolo, meglio: simbolicamente, la propria vita!
La comunità di XXX è stata sgomberata.
Un’antropologa anch’essa volontaria del MEDU, mi ha detto che, in quel frangente, XXX ha assunto dei compiti di guida.
In occasione di una “visita” ad un’altra comunità, questa antropologa, mi racconta: “Gli ho detto: ‘Salvatore ti saluta!’ Mi ha risposto: ‘Ricambialo!’ Gli altri gli hanno chiesto: ‘Chi è Salvatore?’ Ha risposto: ‘È il mio psicologo!”
Poco dopo un medico, volontario del MEDU, mi precisa: ha detto: “È il mio analista!”
Vi confesso che ne ho tratto una grande gioia.
Ricorderò la dichiarazione di XXX come uno dei miei “titoli” più prestigiosi.
Un commento ulteriore: il “senso”, la “direzione” che fornisce il consulente psicologo sono aperti al processo ipotassi ž paratassi ž ipotassi ž. Mentre il delirio – sia del paziente che del consulente psicologo – è un’ipotassi chiusa, un solco da cui non si può più uscire. Tanto è apparsa terribile, quando si è de-lirato, l’uscita fuori della strada.
Non so a che approdo mi porterà questa esperienza MEDU. Una cosa mi appare già evidente: se il de-lirare è uscire fuori dal solco, l’etno-psichiatria ci aiuterà…
Ma l’essenziale è, non solo conoscere la cultura dello straniero in crisi psicotica, quanto cogliere ch’egli, dalla sua cultura, è fuori-uscito!
E, forse, lavorare sul suo aver de-lirato non comporta inevitabilmente – dico: forse – aiutarlo a ri-immettersi nella cultura di partenza.
Non ho invocato i ginn, gli esseri invisibili, gli antenati… Ma nemmeno l’Io, l’Es o il Super-io…
Mi sono fatto condurre da lui fuori dalle mie categorie e ho raggiunto lui fuori dalle sue…
Sto rileggendo, di Ernesto de Martino, La fine del mondo (Einaudi, 1977; la “fine del mondo” è una figura del “de-lirare”). De Martino sostiene e dimostra (1) che la “crisi” è perdita del mondo, di ogni mondo possibile (= della cultura, di ogni cultura possibile): “Il ‘disordine’ psichico è caratterizzato da una dinamica disintegrativa rispetto a qualsiasi ordine culturale, a qualsiasi sistema di valori intersoggettivi” (ibidem, p. 175); (2) che il superamento della crisi avviene quando si riesce a progettare un altro mondo, un’altra fase della propria cultura; quando si fronteggia la “potenza alterificante” (ibidem, p. 152).
Già nel suo lavoro migliore, Il mondo magico, de Martino ha propugnato uno “storicismo eroico”, quello che “sottopone ad analisi non soltanto il mondo magico, ma anche il modo occidentale di accostarsi ad esso” (1948, Boringhieri, 1977, p. 6).